“Perché non scrivi un pezzo sulle grotte del territorio?” “Ok, quando posso intervistarti?” “No, no, io non ti dirò proprio niente. Come te la cavi con gli spazi stretti?” “Bene credo…”.  “Allora vieni in grotta con me e ti dirà lei cosa scrivere…“ Qualche giorno dopo mi ritrovo all’ingresso della grotta di Cavorso, dalle parti di Jenne. Assieme ad Angelo “Nerone”, speleologo di trentennale esperienza e David, un amico in comune.

E’ una bella giornata di fine maggio, calda e senza nuvole. Mentre indossiamo le salopette per proteggerci dalle rocce e dal fango, mi raccontano che a qualche metro da noi sono stati rinvenuti i resti di un lupo vecchi almeno quarantamila anni. Nel neolitico, invece, la grotta doveva essere un luogo di sepoltura. Al suo interno sono stati rinvenuti ventuno scheletri umani risalenti a circa ottomila anni fa, assieme a frammenti di vasi, anfore ed utensili, che dovevano rappresentare il loro corredo funerario. Io sono alla prima esperienza con la speleologia.

E quanto mi aveva anticipato David non mi aveva rassicurato granché: ”per non rimanere incastrato, dovrai sdraiarti e strisciare, tenendo sempre le braccia stese in avanti, senza alzare la testa”.

200120132214Accendiamo le torce sui caschi ed entriamo. L’ingresso non è particolarmente insidioso. Il primo passaggio è piuttosto agevole, basta abbassarsi, inginocchiarsi, e percorrere qualche metro tra due pareti di rocce. La luce del sole diminuisce rapidamente e poco dopo siamo nella prima stanza. Uno spettacolo di stalagmiti e stalattiti che lascia a bocca aperta. Non pensavo ne esistessero così anche dalle nostre parti. Le torce ne riflettono il chiarore e siamo invasi da un silenzio che sembra parlare. Un complesso di sculture naturali che l’acqua ha scavato lentamente nei millenni, goccia dopo goccia.

Ci si sente protetti e al riparo, come un bambino in braccio ad una madre esperta. Mentre Nerone mi parla del ritrovamento degli scheletri, David gironzola qua e la, come fosse nel salotto di casa. Decidiamo di proseguire oltre. Quando capisco che dovremmo passare attraverso quella che sembra poco più che una fessura, mi viene da pensare… Petto a terra, iniziamo a strisciare. Di tanto in tanto alzo troppo la testa ed il casco mi protegge dai colpi. L’ampiezza dei passaggi è piuttosto ridotta. Tra corpo e roccia, sia in altezza che in larghezza, non c’è che qualche centimetro di spazio.

E’ buio pesto e fa piuttosto freddo. Striscio lungo la strettoia ad un metro da David, vedendo solo le suole delle sue scarpe. Andiamo avanti, fino a quando una piccola discesa fangosa e scivolosa non lo fa sparire assieme alle sue scarpe. Scivolo pure io e ci ritroviamo catapultati nel secondo ambiente. Vedo il punto dal quale siamo entrati e stento quasi a crederci: siamo nell’ultimo posto al mondo dove un claustrofobico vorrebbe trovarsi. Rispetto alla prima, questa stanza è più ampia e molto più alta.

Qui le concrezioni erano completamente bianche. Hanno iniziato ad imbrunire dopo l’apertura dell’accesso, quando assieme a più ossigeno, hanno iniziato a circolare anche microbi e altri agenti. Nel punto in cui ci troviamo è stato ritrovato lo scheletro meglio conservato. Qua e la ci sono tracce di carbone ed i resti di un focolare. Provo ad immaginare chi e quando possa averlo acceso. Dopo dieci minuti di contemplazione, decidiamo di proseguire attraverso quello che sarà il passaggio più complicato. Una lunga strettoia con curve, dislivelli, pendenze e rocce appuntite.

Nerone a differenza di me e David non indossa il casco. Dai suoi movimenti e dai suoi racconti è evidente che per lui la speleologia è motivo e filosofia di vita. Capisco perfettamente perché. Iniziamo ad avanzare lenti, godendoci la strisciata in silenzio. In diversi punti l’aria tra corpo e roccia è quasi assente. Eppure immersi in quell’immenso guscio ci si sente tranquilli e protetti. Raggiungiamo l’ultima stanza, la più grande e la più alta. Un tripudio di concrezioni più strabiliante dei precedenti. Nerone mi mostra la “fettina di prosciutto”, una lastra appesa al soffitto della stanza, ampia una settantina di centimetri e sottilissima. La illumina da dietro con la torcia e l’effetto è fantastico. Poi passiamo ad osservare “l’urlo di Munch”: una corona di stalagmiti appuntite che svettano come colonne per quattro, cinque metri. Le loro estremità, nel contrasto col buio, formano una bocca simile a quella del protagonista del celebre quadro. Tutto sembra creato per stupire e sorprendere, ma anche per dirci qualcosa.

Ci sediamo sotto l’urlo. Sono contento come un bambino. Angelo estrae la pipa ed inizia a fumare di gusto. Anche io vorrei fumare. David mi chiede il tabacco. Mi accorgo di averlo lasciato in superficie e mi inveisce contro. Spegniamo le luci per goderci il buio: un buio “mai visto” prima. Se in questo punto le torce smettessero di funzionare, sarebbe un bel problema. Iniziamo a parlare di tutto, in un posto che mai mi sarei aspettato fosse così adatto alla conversazione. Dopo la lunga sosta decidiamo di iniziare la risalita, anche se sarei rimasto laggiù molto più a lungo. Saliamo senza mai fermarci.

Col passare del tempo la fatica e la durezza della roccia iniziano a farsi sentire. Ma quando David, che è davanti, dice di iniziare a vedere qualche bagliore di luce, quasi non ne sono contento. Torniamo all’esterno e fa molto caldo. Provo quel senso di stordimento del quale mi avevano parlato. I colori della vegetazione e del cielo hanno un’intensità insolita e speciale, come fossero in alta definizione.

Mentre risaliamo la montagna, mi viene da pensare che quella che noi chiamiamo “natura” non fa altro che riservarci sempre lo stesso comportamento. Il meglio di se lo mostra sempre e solo a chi è disposto veramente a cercarlo.

 

Fdr