La Roma in cui visse Guglielmo Spoletini, attore nato a Bellegra nel 1929, fu quella del secondo dopoguerra. Dove fame e miseria si mischiavano a quella spontaneità e genuinità tipicamente romana, mirabilmente portata sul grande schermo da registi come Vittorio De Sica e Pierpaolo Pasolini. Quando Trastevere era uno tra i più popolari e popolati quartieri della Capitale. E la prima preoccupazione dei più era la quotidiana lotta per la sopravvivenza. Che spesso non consentiva neanche di scegliere tra delinquenza e legalità.

Allettato dai buoni compensi che ricevevano le comparse di una città allora al centro del cinema mondiale, Guglielmo sceglie di prendere la seconda via. Ed assieme ai suoi fratelli, prova ad entrare nel mondo dello spettacolo. Vorrebbe ottenere da subito ruoli da attore generico, per i quali la paga giornaliera poteva anche arrivare a duemila lire. Il problema, ieri come oggi, era avere le conoscenze ed i mezzi giusti. Infatti per sostenere un provino occorreva presentarsi con i ferri del mestiere: smoking, frac, tihgt, bombetta e bastone. Ed i soldi per procurarseli scarseggiavano.

ImmagikokoneFino al 1952 Spoletini otterrà ruoli di comparsa in film come “Ladri di biciclette” (1949, Vittorio De Sica), dove pronuncia un paio di battute, e “La famiglia Passaguai” (1951, Aldo Fabrizi). Sarà poi un sindacalista del settore dello spettacolo, anch’esso di origini bellegrane, ad aiutarlo a fare il salto. L’occasione è “Il bigamo” (1955, Luciano Emmer), dove Guglielmo è un ragazzo di venticinque anni che vuole uccidere un avvocato, interpretato da Vittorio De Sica. Poco dopo è nel film di Francesco Rosi “La sfida”, dove veste i panni di un killer della camorra. Ma sarà grazie al western all’italiana, o spaghetti western, che Guglielmo consacrerà la sua carriera, girando una moltitudine di film al fianco dei più grandi attori del genere. Al mito della frontiera e all’eterna 26180060lotta tra cowboys, indiani e messicani, le produzioni italiane sostituiscono massicce dosi di scazzottate, sparatorie e spettacolari cadute da cavallo. Il giovane bellegrano sembra perfetto per interpretare quei ruoli. La sua maschera, infatti, si adatta perfettamente al personaggio del cattivo/buono. Per questo i registi italiani e spagnoli lo vogliono nelle loro pellicole. Nei panni del cowboy, Guglielmo decide di chiamarsi William Bogart o William Spelt, perché come racconterà più tardi “senza un nome americano, al cinema non sarebbe andato a vederti nessuno”. Per William quella dei western è un avventura estremamente divertente, sia sul piano professionale, che su quello personale. Lui, che veniva “da un vicolo cieco”, si ritrovava a fianco dei più grandi attori e delle più belle attrici, a girare scene memorabili in spazi enormi. Tra i film ai quali partecipa interpretando parti di rilievo “Uccidete Johnny Ringo” (1966, Gianfranco Baldanello), “Per pochi dollari ancora” (1966, Giorgio Ferroni), “Un fiume di dollari” (1966, Carlo Lizzani), “30 winchester per El Diablo” (1965, Gianfranco Baldanello) e “Lo irritarono… e Sartana fece piazza pulita” (1971, Rafael Romero Marchent).

401_00Prima di questi, Guglielmo recita anche in “Rocco e i suoi fratelli” (1960, Luchino Visconti), dove interpreta il fratello di Ginetta (Claudia Cardinale). E dove, racconta lo stesso Spoletini, durante le riprese scatenò l’ira di Alain Delon. Durante una scena, infatti, il bellegrano avrebbe dovuto tirare due schiaffi al celebre attore francese. E così fece, ma senza fingere, anzi. Toccò invece allo stesso Guglielmo rischiare di farsi male, durante le lavorazioni de “Il presagio” (1976, Richard Donner), dove interpretava il ruolo di un tassista italiano. Durante una pausa, Gregory Peck scese dal taxi sul quale Guglielmo era appoggiato, mentre discuteva col regista. Il celebre attore e premio Oscar non curandosi di lui, chiuse lo sportello rischiando di troncargli la mano. Per scusarsi dell’incidente, Peck scrisse lui una lettera.

rugantinoOltre ai western, il film che più degli altri portò Spoletini alla notorietà fu senza dubbio “Rugantino”(1973, Pasquale Festa Campanile). Dove interpreta la parte dell’antagonista Gnecco, marito di Rosetta (Claudia Mori). Nella pellicola, raccontò più tardi Guglielmo, “i primi piani della mia faccia occupano tutta l’inquadratura. Da qualche tempo avevo smesso di fumare, e rapidamente ingrassai di dieci chili”.

Nella sua lunga e variegata carriera, inoltre, c’è anche Federico Fellini. Che sul finire degli anni settanta andava girando “La città delle donne”. Ettore Manni, che interpretava il dottor Xavier Katsone, qualche giorno prima del termine delle lavorazioni morì. “Un giorno entrai nel Teatro 5 e appena Federico mi vide, disse: abbiamo cercato su tutti i giornali e chiesto ovunque, invece il sostituto perfetto sei tu!”. Così Guglielmo terminò il film, che fu uno dei più controversi e contestati del grande regista emiliano.

Spoletini, infine, è stato anche autore del romanzo “La ballata di un campione”. Che scrisse, anche sotto forma di sceneggiatura, dopo aver visto il primo “Rocky” (1976, John G. Avildsen), con un giovanissimo e sconosciutissimo Silvester Stallone nei panni di un pugile. Morì a Roma nel 2005 e, nonostante la sua notevole carriera, la storia del cinema italiano sembra essersi dimenticata di lui, del cowboy venuto da Bellegra.

Fdr