Tornai sulle vicende di Cesare Serviatti nel 2013. Quando mi contattò Fausto Bassini, giornalista del quotidiano “Il Giornale”, per sapere se il “Landru del Tevere” nacque a Subiaco come riportavano diverse fonti, oppure altrove. Iniziai ad indagare e trovai la risposta nell’elenco dei cresimati che ricevettero il sacramento nella chiesa sublacense di Sant’Andrea il 25 settembre 1880. Tra i quali compariva anche tale Cesare Proietti Serviatti. Che dunque nacque a Roma, ma abbandonato dai genitori naturali, fu adottato da una coppia di sublacensi. I quali però non lo “riconobbero”, tanto che mantenne il suo cognome originale, senza aver diritto a legittime ed eredità. A Subiaco, inoltre, Cesare frequentò le scuole e fu messo a bottega per imparare il mestiere di sarto o falegname.

Intorno ai ventiquattro anni si trasferì a Roma, dove lavorò prima come macellaio, poi come infermiere all’obitorio del Policlinico Umberto I. Da dove, dopo esser stato accusato di maltrattamenti nei confronti di alcuni “pazienti”, sarà licenziato. Sempre nella Capitale, inoltre, Serviatti troverà moglie, grazie ad un annuncio matrimoniale pubblicato su un quotidiano.

L’ultima volta che venne a Subiaco, regalò ai suoi genitori adottivi uno dei primi apparecchi radio, all’epoca rari e molto costosi. Dopodiché di lui si perse ogni traccia. Fino a quando, agli inizi degli anni trenta, il suo nome rimbalzò improvviamente sulle prime pagine di tutti i giornali d’Italia. Tutto iniziò una mattina di novembre del 1932 alla stazione di Napoli Centrale: sui vagoni di un treno partito da Torino Porta Nuova viene rinvenuta una valigia abbandonata. Il bagaglio, come da prassi, viene stipato nel deposito oggetti smarriti, in attesa di essere reclamato entro il termine massimo di tre mesi.

Qualche giorno dopo, però, l’aria di quel magazzino divenne pesantemente irrespirabile. E gli addetti compresero che quel terribile fetore proveniva proprio da quella valigia. Ottenuto il permesso delle autorità, il bagaglio venne aperto dalle forze dell’ordine. E la scoperta fu raccapricciante: la valigia conteneva pezzi di un corpo di donna, avvolti nella carta di un giornale. Il giorno successivo viene trovata una seconda valigia, stavolta abbandonata alla stazione di Roma Termini. Al suo interno l’altra metà del corpo della stessa donna, identificata poi nella persona di Paolina Gorietti. Un terzo ritrovamento sarà quello di un coltello insanguinato dalle parti della stazione di La Spezia, attraverso la quale passava proprio il treno Torino-Napoli. Per questo motivo le indagini partirono proprio da lì. A condurle il commissario Musco ed il commissario aggiunto Mario De Simone. Che si erano già occupati, senza successo, della sparizione di un’altra donna, Bice Maragucci.

Il caso delle due valigie, invece, apparve subito più chiaro. Una domestica umbra sulla quarantina riconobbe infatti in quel cadavere la sua migliore amica: Paolina Gorietti. E raccontò che prima di sparire, la povera donna le aveva confidato di aver conosciuto un maresciallo mutilato di guerra, rispondendo ad un annuncio da lui pubblicato su un giornale. I due avrebbero dovuto sposarsi e gestire assieme una piccola pensione a La Spezia. Il suo nome era Cesare Serviatti. Il quale, effettivamente, per un periodo si occupò di un alberghetto in quella città.

Il 9 dicembre del 1932, mentre era a cena con sua moglie, Serviatti fu tratto in arresto nella sua abitazione romana di Via Principe Amedeo, con l’accusa di aver ucciso almeno cinque donne.

Continua…

Paolo Capitani